Conto corrente del defunto: quando la banca deve pagarti la tua quota
È morto un genitore. Sul suo conto ci sono i risparmi di una vita. Vai in banca, chiedi la tua parte, e ti rispondono che serve la firma di tutti i fratelli. Uno dei quali, per ragioni sue, non firma.
È una delle situazioni più frustranti di una successione, e va sciolta distinguendo due ostacoli molto diversi: quello che non esiste — il consenso degli altri eredi — e quello che invece esiste davvero, ed è di natura fiscale.
In questo articolo
- Il principio: puoi chiedere la tua parte da solo
- «Serve la firma di tutti»: non è vero
- L'ostacolo vero: la dichiarazione di successione
- Quando la dichiarazione non serve
- Se il conto era cointestato
- Prima di chiedere: stai accettando l'eredità
- Che cosa chiede la banca, in pratica
- Se la banca rifiuta lo stesso
- In sintesi
Il principio: puoi chiedere la tua parte da solo
Il saldo di un conto corrente è un credito che il defunto aveva verso la banca. E per i crediti ereditari la Cassazione ha fissato una regola precisa, con le Sezioni Unite: a differenza dei debiti, i crediti del defunto non si dividono automaticamente tra gli eredi, ma entrano a far parte della comunione ereditaria (Cass., Sezioni Unite, n. 24657/2007).
Da qui la conseguenza che interessa: ciascun coerede, in quanto partecipante alla comunione, può agire da solo nei confronti del debitore del defunto — la banca — per ottenere il pagamento dell'intero credito comune oppure, come accade quasi sempre, della sola parte proporzionale alla propria quota. E può farlo senza dover coinvolgere gli altri coeredi.
È il principio applicato dalla Cassazione (ordinanza n. 27417/2017) proprio a un caso di rifiuto bancario: alcuni figli avevano chiesto di prelevare le somme e disinvestire i titoli del genitore defunto nei limiti delle proprie quote, e la banca aveva opposto il mancato consenso di un altro fratello. Per la Corte quel rifiuto non era legittimo: eventuali contrasti tra eredi si risolvono nella divisione, non bloccando il singolo.
«Serve la firma di tutti»: non è vero
La prassi bancaria di pretendere il consenso unanime nasce da una comprensibile prudenza, non da una regola di legge. Ma quando la richiesta è limitata alla propria quota e la successione è chiara — chi sono gli eredi e in quali proporzioni — quella pretesa non ha fondamento.
Attenzione a una distinzione che fa la differenza. Un conto è chiedere la propria quota: qui il consenso degli altri non serve. Altro è chiedere di chiudere il rapporto, di girare l'intero saldo su un solo conto o di disporre operazioni sull'intero: lì la banca può legittimamente pretendere il concorso di tutti, perché uscirebbe dai limiti del diritto del singolo.
L'ostacolo vero: la dichiarazione di successione
Qui sta il punto che quasi nessun articolo racconta, e che spiega la maggior parte dei rifiuti «legittimi».
L'articolo 48, commi 3 e 4, del D.Lgs. 346/1990 vieta ai debitori del defunto e a chi detiene beni che gli appartenevano — quindi anche alle banche — di pagare le somme dovute o consegnare i beni agli eredi e ai legatari se non è stata fornita la prova della presentazione della dichiarazione di successione, oppure di un accertamento d'ufficio, oppure di una dichiarazione scritta dell'interessato che non vi era obbligo di presentarla.
Quindi: la banca che ti chiede la dichiarazione di successione non sta facendo ostruzionismo, sta applicando una norma che le vieta di pagare. La stessa regola vale per i titoli e per gli altri beni detenuti. È un divieto che riguarda il rapporto con il Fisco, ed è del tutto indipendente dal consenso degli altri eredi.
La dichiarazione va presentata all'Agenzia delle Entrate entro dodici mesi dall'apertura della successione, cioè dalla data del decesso. È quello, e non la firma del fratello, il passaggio da sbloccare per primo.
Una nota a parte per la cassetta di sicurezza: non si apre liberamente, ma con un inventario redatto alla presenza di un notaio o di un funzionario dell'Agenzia delle Entrate.
Quando la dichiarazione non serve
Esiste un caso di esonero, e non è raro. Non c'è obbligo di dichiarazione se ricorrono tutte insieme queste condizioni (art. 28, comma 7, del D.Lgs. 346/1990):
- l'eredità è devoluta al coniuge e ai parenti in linea retta del defunto;
- l'attivo ereditario ha un valore non superiore a 100.000 euro;
- non comprende beni immobili né diritti reali immobiliari.
In quel caso basta rendere alla banca la dichiarazione scritta che non vi era obbligo di presentazione, e il pagamento può essere eseguito. È la strada che risolve molte successioni modeste, e che spesso allo sportello non viene nemmeno menzionata: vale la pena chiederlo espressamente.
Le condizioni devono ricorrere tutte. Se c'è anche solo un garage intestato al defunto, o se l'attivo supera la soglia, l'esonero non opera. E se le condizioni vengono meno per sopravvenienze ereditarie, l'obbligo torna.
Se il conto era cointestato
Cambia tutto. Quando il conto è intestato a più persone con facoltà di operare anche separatamente, gli intestatari sono considerati creditori e debitori in solido del saldo (art. 1854 del Codice civile). Il cointestatario superstite può quindi continuare a operare.
Nei rapporti interni, però, le quote si presumono uguali salvo prova contraria (art. 1298). Il che significa che, se il conto era di due persone, metà del saldo al momento del decesso entra nella successione e spetta agli eredi.
Nella pratica le banche, ricevuta notizia del decesso, bloccano comunque il conto o lo riducono alla quota del superstite, proprio per non violare il divieto dell'art. 48. Il coniuge che continua a prelevare l'intero, invece, si espone a dover restituire agli altri eredi la parte non sua: conviene fotografare il saldo alla data del decesso e fermarsi lì.
Prima di chiedere: stai accettando l'eredità
C'è una verifica da fare prima di tutte le altre, e non riguarda la banca: riguarda te. Il saldo del conto ti spetta solo perché sei erede. Chiederne il pagamento è quindi un atto che presuppone quella qualità, e che difficilmente potresti compiere ad altro titolo: è la definizione stessa di accettazione tacita dell'eredità (art. 476 del Codice civile).
Con l'accettazione pura e semplice rispondi dei debiti del defunto anche oltre il valore di quanto ricevi. Se non hai un quadro chiaro del passivo — mutui, fideiussioni firmate, debiti fiscali, cause in corso — fermati e valuta l'accettazione con beneficio d'inventario prima di presentare qualunque richiesta.
E valutala subito. Chi si trova nel possesso di beni ereditari — e ci si trova anche solo abitando nella casa del defunto — deve fare l'inventario entro tre mesi dall'apertura della successione o da quando ne ha avuto notizia; trascorso quel termine senza inventario è considerato erede puro e semplice (art. 485). Compiuto l'inventario restano quaranta giorni per decidere se accettare o rinunciare.
Che cosa chiede la banca, in pratica
- Comunicazione del decesso e certificato di morte.
- Prova della qualità di erede: dichiarazione sostitutiva di atto notorio con l'indicazione di tutti gli eredi e delle quote, oppure atto notorio; se c'è un testamento, la copia del verbale di pubblicazione.
- Documento e codice fiscale di chi richiede.
- Prova della presentazione della dichiarazione di successione, o la dichiarazione scritta che non era dovuta.
- Richiesta scritta di pagamento della propria quota, con l'indicazione esatta della frazione e dell'IBAN su cui accreditare.
Il consiglio pratico: metti tutto per iscritto e fatti rilasciare protocollo o ricevuta. Se un giorno servirà una diffida, la cronologia documentata vale più di qualunque argomento.
Se la banca rifiuta lo stesso
Se hai fornito la documentazione, la successione è stata presentata e la banca continua a pretendere il consenso degli altri eredi, il rifiuto non è giustificato. Le strade, in ordine:
- Reclamo scritto all'ufficio reclami della banca, che deve rispondere entro i termini previsti dalla normativa di trasparenza.
- Ricorso all'Arbitro Bancario Finanziario (ABF): procedura rapida e poco costosa, con precedenti consolidati proprio su questo tema. Ha però tre paletti da conoscere: presuppone che tu abbia già presentato un reclamo scritto alla banca e atteso la risposta; il ricorso va proposto entro dodici mesi dal reclamo; e se chiedi una somma di denaro il limite è di 200.000 euro (nessun limite se chiedi solo l'accertamento di un tuo diritto). La decisione non è una sentenza e non è coercibile: se la banca non vi si adegua, l'inadempienza viene però resa pubblica.
- Diffida legale e, se serve, causa civile per ottenere il pagamento e il risarcimento del danno da ritardo.
Per il quadro completo degli adempimenti successori è utile anche la guida pratica alla successione.
In sintesi
- Ogni coerede può chiedere alla banca la propria quota, senza il consenso degli altri.
- Il consenso di tutti serve solo per operazioni che eccedono la propria quota, come la chiusura del rapporto.
- La banca non può pagare prima che sia presentata la dichiarazione di successione: è un divieto di legge, non un capriccio.
- Se l'eredità va a coniuge e parenti in linea retta, vale meno di 100.000 euro e non comprende immobili, la dichiarazione non serve.
- Sul conto cointestato il superstite può operare, ma la metà del defunto resta degli eredi.
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Questo articolo ha finalità informative e non sostituisce una consulenza legale o fiscale. Le norme citate sono quelle in vigore alla data di aggiornamento. Riferimenti principali: artt. 476, 485, 752, 754, 757, 1298 e 1854 del Codice civile; artt. 28 e 48 del D.Lgs. 346/1990; Cass. civ., Sezioni Unite, n. 24657/2007; Cass. civ., n. 27417/2017.